Pier Paolo Patti lavora da lungo tempo – e con una serie di progetti molto coerenti fra loro - sullo scardinamento del meccanismo che Marshall McLuhan, ormai nel lontano 1967, definì il sovraccarico informativo, che genera infine una sorta di narcosi delle sensazioni ritenute “moleste”, come ad esempio l’empatia.
L’intera opera dell'artista è costruita affinché emergano le sensazioni che possono nascere rispetto a ciò che non è immediatamente presente e disponibile come sensibilità. Viviamo tutti dentro una sorta di unico canale percettivo che costringe l’esperienza dentro la smaterializzazione.
Questa eliminazione di materia spesso induce chi è investito da questo sovraccarico a non essere partecipe ed emotivamente coinvolto nella rappresentazione di un dolore quale esso sia e ad attestarsi nel voyeurismo. Questo compiaciuto sbirciare si configura come uno dei temi dell’arte contemporanea sia di tradizione sia di ricerca attuale all’interno di un mondo culturale che pare sempre più in difficoltà di fronte a una sorta di anestesia collettiva. Michela Becchis
