Tam Tam Bum Bum

I FIORI DELLA PALESTINA | dal libro rivista internazionale di Poesia

A cura di Stefano Taccone

«L’omicidio del dottor King, avvenuto la settimana scorsa, è stato un grande shock. Linda ed io siamo stati tristi per giorni e non ci siamo ancora ripresi del tutto. Ciò ha messo a fuoco anche qualcosa che sapevo da molto tempo ma che non avevo mai realizzato così amaramente e impotente, cioè quello che stiamo facendo: la produzione e il discorso sulla scultura non hanno nulla a che fare con i problemi urgenti della nostra società. Chi crede che l’arte possa rendere la vita più umana è assolutamente ingenuo. Mondrian era uno di quei santi ingenui. Niente, ma assolutamente niente, viene cambiato da qualunque tipo di pittura, scultura o evento produci. Tutti gli spettacoli di Angry Arts non impediranno che venga lanciata una sola bomba al Napalm. Dobbiamo affrontare il fatto che l’arte non è adatta come strumento politico. Hans Haake, 1968

Sto cercando le parole «coscienti che farebbero più effetto un po' di missili anticarro», canta Zulù (Luca Persico) nella canzone di Al Mukawama il cui testo è parte della selezione di questa rubrica. Nel frattempo, non sono più cinquant’anni, ma tre quarti di secolo e se la criticità è stata qualcosa di cronico per molte generazioni – di “spettatori” e di “diretti interessati”, negli ultimi mesi si radicalizza, viene condotta ad un grado di orrore tale che diviene persino banale riconoscere di non trovare le parole.

D’altra parte, il sottoscritto, i soggetti artistici coinvolti, gli altri collaboratori di questa rivista, tutti coloro che sono stati coinvolti in questo numero continuano contro ogni evidenza a credere nel potere del testo, scritto, ma – almeno in questa rubrica – anche visivo, performato, cantato. Nessuna illusione, con Haacke, che tutto ciò possa cambiare la storia. A chi serve tutto ciò? Forse più a chi ci lavora che a chi sta sotto le bombe, per non parlare di chi non c’è più? Probabile. Ma non possiede nessuna verità in tasca non deve costituire un alibi per la paralisi totale, che peraltro, almeno per quanto mi riguarda, non è affatto condizione comoda, anzi postura alquanto innaturale e persino faticosa da mantenere.

L’idea di contaminare diversi linguaggi artistici, di fare incontrare persone che parlano diverse lingue, ma che sono accomunate dalla spinta vitale della creatività, da una concezione di creatività come dialogo e come politica nel senso più alto del termine, nonché dal sentimento per la Palestina e con la Palestina, benché ci siano palestinesi, ma anche italiani ed oriundi legati a varie nazionalità, benché ci sia chi davvero conosce la tragedia palestinese essendone un protagonista e chi invece, con tutta la solidarietà e l’amore che può mostrare verso di essa, la conosce solo da esterno – e questo non è un dettaglio secondario.

Con l’auspicio che nei prossimi mesi tutto ciò divenga terribilmente inattuale, e non perché sarà calato un velo di silenzio sulla Palestina, ma perché finalmente essa avrà i suoi fiori. «In Palestina non ci sono fiori, perché non c’è la Palestina», osservava ancora Zulù prima di eseguire la suddetta canzone. In realtà i fiori della Palestina ci sono, anche se non ci sono fiori nella Palestina. Mi piace pensare che ciascuno dei testi che seguono possa rappresentare un fiore di quel mazzo che accompagnerà il rinnovato matrimonio tra un popolo e la sua terra – speriamo prima di domani! Tante cose sono difficili, ma poche sono impossibili! 

Al Mukawama, nome arabo che vuol dire “resistenza”, è un progetto che nasce nel 2002 dall’incontro tra 'O Zulù (Luca Persico), all’indomani dello scioglimento del gruppo musicale ormai storico dei 99 Posse - di cui è stato fino ad allora il frontman -, Neil Perch degli Zion Train e Papa J dei Malastrada – ma anch’egli tra i fondatori, una decina di anni prima dei 99 Posse. 

«In un momento in cui l’arabo e il musulmano vengono additati come terroristi e sanguinari, abbiamo scelto un nome in arabo il cui significato rappresenta come un baluardo contro questo modello di sviluppo fondato sulla discriminazione economica e sulla guerra, che in alcune zone del mondo si combatte con armi reali e produce vittime reali, tangibili, in larga parte "innocenti" (ammesso che un "colpevole" meriti di essere ammazzato da un suo simile per le sue colpe), ma che si combatte e fa danni anche in paesi dove ufficialmente c'è la pace.»  

Al Mukawama ha vita breve. La sua esperienza si esaurisce, al più tardi, già nella seconda metà del decennio, allorché i suoi componenti prendono altre strade o ritornano a solcare quelle già battute. Probabilmente, del resto, essi pensano fin dall’inizio il loro sodalizio come temporaneo, atto a rispondere ad esigenze soggettive ed oggettive del presente ed in esso assai radicato. In particolare, 'O Zulù pare voglia aprire un nuovo capitolo del suo percorso dopo i successi con i 99 Posse, avvertendo quanto quella formazione sia ormai troppo profondamente entrata nel giro mediatico-spettacolare per pungere ancora. Inoltre, dopo i fatti del G8 di Genova – e dell’11 settembre e della cosiddetta “guerra al terrore” scatenata da Bush jr – il quadro geopolitico appare molto cambiato. Quando si tratta davvero di materiale nuovo - e ce n’è molto! - e non di riprese di brani già elaborati ai tempi dei 99 Posse, cosa che pure Al Mukawama non disdegna, felicemente, di fare ci troviamo davvero di fronte a testi che restano conosciuti davvero da una nicchia piccolissima, circostanza probabilmente dissonante rispetto al loro pregio. Ma ciò che più sorprende è che a rileggerli a distanza di vent’anni - malgrado la volontà di aggredire la storia del proprio tempo – essi restano – oserei aggiungere purtroppo – di una attualità sconcertante, a cominciare dal testo che ripropongo e che ha ispirato il titolo della rubrica stessa.

Pier Paolo Patti è nato a Nocera Inferiore nel 1978 e vive e lavora a Scafati. Negli anni ha sperimentato diversi linguaggi espressivi, utilizzato diversi media fondendo, molto spesso, tra loro diverse tecniche, per dar vita a spazi installativi complessi e multisensoriali. Le sue opere sono legate a doppio filo con le tematiche sociali. Politica, religione e diseguaglianze in generale sono i temi su cui si fonda, restituendo sempre diversi piani di lettura, grazie ai numerosi riferimenti a testi antichi, alla numerologia e alle ideologie del Novecento. L’obbiettivo primario è tendere verso la creazione di luoghi fertili al confronto, al dialogo: opere effimere e icone destinate a durare secoli. 

«[…] Immagini che combattono quella che Susan Sontag chiamava “l’indecenza” di chi si metteva di fronte al dolore degli altri Quanto dolore c’è, quante tragedie ci sono, quanta Storia c’è in 1/24 di secondo, nello scatto di una macchina fotografica che spalanca e chiude il suo obiettivo su una guerra? Non si può sapere, non si può cogliere e poiché non lo si può fare tanto vale non porvi mente o, ancora peggio, assuefarsi a quei rapidissimi passaggi che infine si percepiscono come sempre uguali, al massimo dislocati in uno spazio diverso, ma in un tempo che è sempre identico a se stesso. […]  Patti sa che non si può sperare in un’ecologia delle immagini e ha quindi recuperato dalla rete, luogo contaminato per eccellenza, filmati, video, spezzoni di reporter o amatoriali e li ha rifotografati, rallentandoli in una successione di frame perché chi osserva possa concedersi tutto il tempo necessario affinché nello spazio della potente ripetizione di un’esplosione, una ferita che si apre, un pianto diventino il visibile racconto di una tragedia. È così che il tempo del dolore e della sua assoluta singolarità scalza l’osservazione «chirurgica» e perciò falsamente neutra, veloce, di documentazione. Il lavoro si snoda e concentra tra i troppi conflitti del Medio Oriente, dalla Palestina al Kurdistan. Un senza tempo che è tutto in chi osserva, poiché chi vive sa esattamente quanto è lungo il tempo che trascorre senza pace o quanto è breve quello che porta via chi si ama. C’è in mostra un video in cui una goccia di sangue, una sola, cade incessantemente a scandire un tempo che è quello dell’indifferenza che certamente non procura la morte immediata, ma che insieme a quel ventiquattresimo di tempo dell’otturatore, ci restituisce la crudeltà di un tempo e di uno spazio di orrore che ad esempio in Palestina dura dal 1948. […]»

(Michela Becchis, Dentro la vulnerabilità delle nostre certezze, “Il Manifesto”, Roma, 7 dicembre, 2021)

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