abbà
Perdono e inconsapevolezza
UN OCCHIO ALL'IMMEDIATO E UNO ALL'INFINITO
di Stefano Taccone
«Due sono i leitmotif della mostra», spiega lo stesso Pier Paolo Patti, innanzi tutto «Il legame con i media, ché molto del materiale adoperato è preso deliberatamente dalla rete, materiale disponibile a tutti, come a voler sottolineare la volontà o meno di andare ad informarsi, non accontentandosi di quello che ci viene propinato dai media generalisti». Inoltre l’intero progetto è «fortemente incentrato sulla risistemazione geopolitica del Medioriente, dai tempi di Cristo ad oggi, un’area geografica in continuo sviluppo - ovvero in costante conflitto, in perpetuo mutare di assi politici, sempre in base alle risorse, ai confini, alle religioni. Le questioni che affliggono quella zona del mondo sono le stesse da migliaia di anni!». Scandita in tre sale – quella dell’Immanenza, quella dell’Incarnazione e quella della Trascendenza -, connotate rispettivamente da altrettanti colori - nero, rosso e bianco -, la personale di Patti, Abbà, perdono e inconsapevolezza - curata da Raffaella Barbato, che lo segue da lungo tempo, ed ospitata presso la galleria napoletana PrimoPiano – appare subito una sfida ardua non solo per lo spettatore, ma per lo stesso critico, data la molteplicità dei media adoperati e, conseguentemente, degli strumenti linguistici messi in campo, nonché la densità delle tematiche, dei riferimenti e degli umori che sollecita. In questi ultimi anni, almeno a partire da Skèpsis (2014), personale curata dall’artista Franco Cipriano presso lo Spazio011 di Torre Annunziata (NA), il linguaggio di Patti conosce infatti una crescita formidabile. Se il discorso sull’informazione di massa – che abbiamo udito essere uno dei due fil rouge dell’intero percorso – implica – tra l’altro - un esponenziale allargamento dei mezzi di veicolazione dei messaggi prescelti.
lasciando cadere finalmente l’identità di artista che lavora prettamente con gli audiovisivi, etichetta che gli è rimasta appiccicata addosso per molti, troppi anni! -, la vocazione verso il discorso sociale, non aliena da implicazioni di denuncia – che praticamente da sempre accompagna, insieme appunto all’opzione audiovisiva, il lavoro di Patti – lo conduce, data anche la scelta di parlare del martoriato teatro mediorientale contemporaneo, a risalire fino agli inizi della nostra era – che notoriamente proprio in quelle regioni ha avuto i suoi albori –, all’insegna di un attento studio dei Vangeli, canonici o apocrifi che siano.
Tutto il percorso è improntato ad una sorta di materializzazione dell’adorniana dialettica negativa, più che della dialettica triadica hegeliana, in quanto non c’è idealistico superamento, ma materialistica impossibilità di negare la primaria negazione su di un piano superiore. Del resto il cristianesimo – e forse ancor più il cattolicesimo – possiede una componente innegabilmente molto materialistica, indispensabile controparte per il suo tipico, kierkegaardiano, essere paradosso, cortocircuito. E del cortocircuito, su di un piano tanto semantico quanto contenutistico, Patti si serve a piene mani!
Innanzi tutto il cortocircuito vita-morte. Il celebre episodio evangelico della moltiplicazione dei pani e dei pesci, che è anche divisione all’infinito, oltre che condivisione, è contrapposto, ad esempio, ad una cellula tumorale nella sua corrispettiva moltiplicazione-divisione, a proposito della quale sarebbe peraltro quanto meno aberrante adoperare il termine condivisione. «I tumori di cui oggi ci si ammala», spiega l’artista, «sono dovuti proprio al cibo spazzatura, agli antibiotici usati per gli allevamenti etc. Per cui c’è questo legame su ciò che ingeriamo e le malattie che ci procuriamo noi stessi. Un tempo il cibo era segno di condivisione, di procreazione e di vita; oggi il capitalismo interpreta il cibo alla stregua di uno strumento per diffondere la morte». Il quadro del consumismo alimentare odierno si divide così – Patti ne è convinto - in cibo che si butta, quello che non hai ingerito, e cibo che determina la contrazione di malattie, quello che hai ingerito. E l’uno e l’altro caso per il capitalismo pari sono, giacché ciò che preme a tale sistema è semplicemente la transazione monetaria, fenomeno che ha una seconda volta luogo sia se il cibo viene gettato nel secchione dei rifiuti, compreso quello dell’organico – perché allora bisogna acquistarne di nuovo più rapidamente – sia se il cibo è causa di malattie – perché allora bisogna mettere mano al portafoglio per procurarsi medicine ed onorare medici.