Ab origine

a cura della Collezione Paolo VI

ex convento francescano di San Giuseppe, Brescia | 2026

MEMORIA E MINORITAS

L’opera si presenta allo spettatore racchiusa nel perimetro rigoroso di una teca museale, un dispositivo di catalogazione che qui si trasforma in uno spazio di indagine antropologica e sociale, al suo interno sono custoditi frammenti che evocano una memoria remota e dolorosa. È la memoria degli ultimi, degli emarginati, dei profughi e dei migranti: esistenze frammentate e ferite, eppure resistenti. In questo contesto, il titolo Ab origine acquisisce una forza concettuale dirompente e si lega a un profondo e chiaro richiamo alla radice del francescanesimo. La scelta della teca museale suggerisce un paradosso immediato: l’emarginazione, solitamente invisibile o respinta ai margini dello sguardo pubblico, viene qui esposta, storicizzata e analizzata come un reperto archeologico. Gli oggetti adagiati sul fondo non sono manufatti storici o di civiltà antiche, ma materiali effimeri, arcaici, frammenti di vite vissute. Questa scelta visiva suggerisce che l’esclusione sociale non sia un episodio temporaneo della storia, ma una condizione strutturale, determinata e stratificata fin dal principio della civiltà.

La fragilità degli elementi presenti, che sembrano quasi sfaldarsi sotto il peso del tempo, dialogano con gli affreschi circostanti dedicati alla vita di San Bernardino, l’opera si mostra attraverso un linguaggio primordiale e rigoroso che diventa la traccia di una ferita impressa all’origine, che ha distinto i corpi e le esistenze in base a gerarchie di potere antiche. La dimensione dell'opera si espande oltre i confini visivi della teca per abitare lo spazio circostante del chiostro; al passaggio dei visitatori, un leggero cinguettio di uccelli si difonde nell’aria, l’opera così non è più solo uno spazio di denuncia, ma diventa un luogo di accoglienza e di riscatto spirituale provando a ribaltare la gerarchia sociale: gli ultimi, gli esclusi e i migranti non sono più scarti, ma i custodi di una purezza originaria a cui l'umanità dovrebbe tornare.

Al contempo, spogliando l'emarginazione dalle sovrastrutture e dalle narrazioni della sociologia contemporanea, la teca mette a nudo l'essenza pura e ancestrale della condizione umana. I materiali così grezzi, privi di qualsiasi ornamento, rimandano a una purezza originaria che accomuna ogni individuo prima di qualsiasi etichetta sociale. Esporre questi frammenti significa dunque compiere un atto solenne, sacrale, invitando il pubblico ad interrogarsi e a scavare tra i pregiudizi della nostra società per rintracciare la vera essenza della coabitazione tra i popoli.

Il concetto di minoritas – mutuato dalla radicale scelta francescana di farsi ultimi, piccoli e marginali – trova in questa traduzione estetica una precisa potenza politica e spirituale. Quando questo principio incontra il tema degli emarginati, di coloro che la storia ha privato di voce, l'opera smette di essere un monumento celebrativo e diventa un atto di restituzione, un luogo di custodia dell’invisibile. La teca, tradizionalmente destinata a custodire oggetti rari e preziosi, viene qui “sovvertita” ospitando le tracce del dolore e del silenzio, elevando la marginalità a valore sacro e degno di contemplazione. Gli elementi inseriti nella teca espandono e specificano la dimensione politica e storica dell'opera, ancorando il concetto di minoritas a dinamiche precise di oppressione, censura e cancellazione della memoria. Essi sono oggetti a cui è stato sottratto la sua originaria funzione come ad esempio un libro aperto realizzato con pagine dipinte di nero che vuol rappresentare il grado zero della comunicazione: è la metafora di una storia che è stata scritta ma che non può essere letta, o forse il diario di esistenze cancellate dall'indifferenza del mondo. È la negazione della parola che si trasforma, per paradosso, in un urlo silenzioso. Così come un fazzoletto bianco, apparentemente sporco e usato, compresso tra due spessi vetri diventa l'impronta corporea del dolore, della fatica o del pianto. Strappato alla sfera del rifiuto e inserito nella teca, diventa una reliquia laica fatta di carne e lacrime di chi sopravvive ai margini. Allo stesso modo Il quadro messo a faccia in giù rappresenta una deliberata rinuncia alla rappresentazione. Girando la tela, si vuole dichiarare l'impossibilità di "mettere in mostra" il dramma degli ultimi senza tradirlo. È un invito a guardare oltre la superficie, a riconoscere che il vero fulcro dell'opera risiede in ciò che è nascosto, sottratto allo sguardo del pubblico.

Altro esempio è la pila di fogli neri adagiati su di una mappa marittima, compressi da una pietra, essi simboleggiano i diari mai scritti, i nomi cancellati, i destini di coloro che il mare ha inghiottito o che i confini hanno respinto, rappresentano la cartografia dell’invisibilità composta dalle vite umane che non hanno lasciato traccia ufficiale, i migranti e i profughi che non hanno voce. La pietra "tiene fermi" i fogli, impedendo loro di volare via, di essere letti o di disperdersi, metafora di una condizione di oppressione permanente da cui è impossibile liberarsi. Pietre, grossi e vecchi chiodi, lastre di cemento sono elementi che bloccano, feriscono e schiacciano gli elementi presenti, raccontano che l'emarginazione non è una scelta, ma l'effetto di una pressione subita. Nel loro insieme, questi frammenti non cercano di spiegare o di “mostrare” la sofferenza, ma la accolgono attraverso un'estetica della sottrazione. L'arte della minoritas non impone una presenza, ma crea uno spazio di rispetto e di ascolto per l'assenza, trasformando la teca in un archivio poetico delle vite dimenticate.

Avanti
Avanti

II